Comunicazione video e intelligenza artificiale

Animazione in stile cartoon di una procedura industriale realizzata da Akra Studios per il Gruppo Cardinali

Comunicazione video e intelligenza artificiale

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Quando uscì il primo cortometraggio realizzato con Sora, l’intelligenza artificiale generativa capace di creare video da un testo, la domanda che girava era una sola: quanto manca prima che un’AI faccia il nostro lavoro? Sono passati due anni, i modelli hanno fatto passi enormi, e oggi la domanda giusta è un’altra. Non “l’intelligenza artificiale sa fare video?” — la risposta ormai è sì — ma “cosa resta, allora, il mestiere di chi fa comunicazione video?”. È una domanda che ci poniamo lavorando, non in astratto, e questo è il punto a cui siamo arrivati.

Dove è arrivata l’intelligenza artificiale nel video

Nel giro di pochissimo il video generativo è passato da curiosità a strumento concreto. I modelli più avanzati — da Sora alle ultime versioni di Veo e Kling — producono clip realistiche, con movimenti di camera credibili e in alcuni casi audio e dialoghi sincronizzati generati nello stesso passaggio. Quello che nel 2024 sembrava un esperimento da addetti ai lavori, oggi è alla portata di chiunque con poche righe di prompt.

È un salto reale e sarebbe disonesto minimizzarlo. Ma chi si occupa di comunicazione per professione sa che la tecnologia, da sola, non è mai stata il problema. Una telecamera migliore non ha mai reso automaticamente migliore un video; un modello generativo più potente non fa eccezione. Il valore di un contenuto non sta nel mezzo con cui è prodotto, ma in cosa racconta e a chi.

Il vero ostacolo era la coerenza

Quando provammo i primi strumenti generativi sul nostro lavoro, il limite più evidente era la coerenza. Le immagini prodotte facevano fatica ad appartenere a uno stesso immaginario: si parlavano poco e male tra loro. In ambito video questo pesa ancora di più, perché mantenere la stessa ambientazione e la stessa identità dei personaggi è ciò che trasforma una sequenza di frammenti in un racconto. I modelli del 2026 hanno ridotto molto questa distanza — la consistenza dei personaggi tra una scena e l’altra è nettamente migliorata — ma non l’hanno cancellata.

E c’è una coerenza che nessun modello risolve per conto suo: quella di brand. Chi fa comunicazione sa che un contenuto deve parlare la stessa lingua del resto della brand identity e dell’immagine coordinata di un’azienda. Un video che, anche fatto bene, non somiglia al brand a cui appartiene, è un video che lavora contro chi lo ha commissionato. Questo non è un problema tecnico che l’AI supererà: è una scelta di regia, che richiede qualcuno che conosca il cliente.

La creatività aggira l’ostacolo: il caso Air Head

Il modo migliore per capire dove si gioca davvero la partita è guardare chi l’intelligenza artificiale la usa con intelligenza. Lo studio canadese Shy Kids ha realizzato Air Head, un corto interamente generato con l’AI in cui il protagonista ha un palloncino giallo al posto della testa. Quella trovata non è solo un’idea creativa: è la soluzione a un problema tecnico. Un palloncino è facile da mantenere coerente da una scena all’altra, e tiene insieme frammenti che altrimenti non si parlerebbero.

È un esempio brillante, e dice una cosa precisa: il risultato non viene dal modello, viene dall’idea che lo guida. La creatività ha aggirato il limite della macchina inventando una storia che a quel limite si adatta. È esattamente il tipo di ragionamento che facciamo prima di accendere qualsiasi strumento — generativo o no — quando costruiamo uno storytelling per un cliente.

Come usiamo l’intelligenza artificiale in Akra

Per essere chiari su come la pensiamo: non usiamo l’AI per creare video da zero al posto delle riprese. La usiamo dove ci fa risparmiare tempo e alza la qualità, lasciando il racconto nelle mani di chi lo costruisce. Significa velocizzare alcuni passaggi di post-produzione, generare e sincronizzare i sottotitoli, migliorare la resa di immagini e riprese, e in generale togliere lavoro meccanico per dedicare più tempo a quello che conta.

Un esempio concreto: per il Gruppo Cardinali, abbiamo trasformato con l’intelligenza artificiale le riprese reali di una lavorazione di AD Tubi in un’animazione in stile cartoon. Non era un vezzo estetico: serviva a mostrare una procedura industriale senza rivelarne i dettagli riservati. L’AI ci ha permesso di proteggere il know-how del cliente e raccontare comunque il processo. È così che intendiamo questi strumenti — al servizio di un problema reale dell’azienda, non come scorciatoia per evitare il mestiere.

L’AI non sostituisce il lavoro, lo sposta

La sensazione, dopo due anni passati a tenerla d’occhio e a metterla alla prova, è che l’intelligenza artificiale non stia cancellando il nostro lavoro: lo sta spostando. Toglie tempo e fatica alle parti ripetitive e alza l’asticella su quelle che restano umane — la regia, la scelta di cosa raccontare, la coerenza con il brand, il gusto. Le stesse domande valgono anche fuori dal video: lo abbiamo raccontato parlando di intelligenza artificiale e musica, dove il confine tra strumento e autore si gioca esattamente sugli stessi terreni.

I limiti di cui parlavamo nel 2024 l’AI probabilmente li supererà quasi tutti. Quello che non supererà è la domanda da cui siamo partiti: a chi stai parlando, e perché. Lì il lavoro è ancora, e resterà a lungo, di chi la comunicazione la fa per mestiere.

Lavoriamo da Chiasso, sulla produzione video in Ticino e tra Como, Varese e Milano. Se hai un progetto da raccontare e vuoi capire dove l’intelligenza artificiale aiuta davvero e dove invece serve un occhio umano, scrivici.

— Akra Studios, Chiasso

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